Quel giorno che ho incontrato Tony Scott. Intervista a Gegè Albanese

Il 13 agosto scorso Roccella Jazz Festival ha presentato in anteprima nazionale l’ultima fatica di Franco Maresco, Io sono Tony Scott. La storia del più grande clarinettista del jazz”, che ha già suscitato ampi consensi di pubblica e di critica.

A Roccella abbiamo incontrato, in occasione di una jam session nel dopo festival,  Gegè Albanese, pianista, appassionato di jazz, originario di Giojosa Jonica ma da tempo trapiantato a Roma, che alcuni anni fa’ ha avuto il privilegio di suonare con Tony Scott.

<<Ho avuto delle piccole fortune  –ci racconta -. Sono  stato in America a suonare con Eddie Jones (già suonavo in Italia con la figlia Karen) che mia ha dato l’opportunità di lavorare con Alan Dawson, Clark Terry, Al Grey.  In Italia, ho avuto un incontro folgorante ma soprattutto inaspettato, con Tony Scott. Io suonavo in un locale a Roma, che esiste ancora, il Rick’s American Caffè, che ricorda chiaramente il film Casablanca con Humphrey  Bogart. Un locale gestito da un ragazzo amante del jazz che mi contattò e mi diede la possibilità un giorno la settimana di portare dei solisti. C’era anche Giorgio Rosciglione al basso, suo figlio Dario, Roberto Zappulla. Invitaii come solisti Cicci Santucci, Gianni Oddi, Ubaldo Maestri,Mauro Verrone, una volta portarono Massimo Urbani a mia insaputa.  Una sera ero rimasto senza sassofonista, gli amici erano tutti impegnati e Dario Rosciglione mi invitò a telefonare a Roberto Zappulla per contattare il figlio che suonava niente male il sax. Mentre parlavo con lui sentii parlare al telefono qualcuno che gli chiese con forte accento americano “Ma quanto si prende questa sera? Dov’è questo posto?”. Questa persona afferrò il telefono e, dopo avermi chiesto da chi era composto il gruppo, mi confermò che sarebbe venuto lui la sera. Io non sapevo chi fosse, rifeci il numero e appresi che avevo parlato con Tony Scott. Quasi mi viene un colpo.  Arrivai al locale emozionatissimo e Tony era già là, quasi irritato dal mio ritardo. Tony era un portento, tutto vestito di nero, barba lunghissima, capelli lunghi, un cappellone. Abbiamo iniziato a suonare, lui al sax tenore , ad un certo punto mi venne vicino e mi chiese “Ma ti va di suonare o no?”. Io mi sono svegliato, ero in un sogno, mi sembrava di stare in un disco degli anni ‘40-‘50 di Sonny Rollins . Era così bello sentire quel suono pazzesco, così potente …. ed io mi ero dimenticato di suonare. Bene, iniziamo a suonare, ad un certo punto a metà serata mi chiede se può suonare Round Midnight al pianoforte.

Tony non era un pianista ma aveva uno swing pazzesco, utilizzava accordi bellissimi, notavo che non aveva una grande tecnica ma aveva un feeling, un groove…..che mi scioccavano. Alla fine mi ha abbracciato dicendomi che si era divertito.

Ho rincontrato Tony due anni dopo e gli ho ricordato la serata.

Di queste serate in realtà ne faceva tante, andava a suonare ovunque, si infilava, faceva jam session.

Sono rimasto perplesso. Non capisco perché sia venuto a suonare con gente di diverso livello come me, che non conosceva. Ci siamo rincontrati in altre jam ma non sono mai riuscito a comprendere per quali motivi si adattasse a lavorare in situazioni  eppure lui si buttava, si divertiva, urlava, faceva il gigione..ma quando metteva lo strumento in bocca non ce n’era per nessuno. Però questo modo di giocare, quasi di svendersi…. Io non riesco a dare una spiegazione di quel che faceva, visto quello che è stato nella vita. La cosa che più mi ha colpito era il suo suono pazzesco, mi ha scioccato, aveva un suono che sembrava quello di Sonny Rollins, di Dexter Gordon, eppure non era il suo strumento. Questa è la cosa che mi ha colpito in assoluto più di tutti: la sua grandezza>> .

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MINZOLINI e il JAZZ

 di Aldo Gianolio*

 Minzolini, il famigerato direttore del TG-UNO, il telegiornale più seguito e amato dagli italiani, come è amata la cucina pubblicizzata dalla Cuccarini, che fa rima con Minzolini, italiani che notoriamente non solo leggono pochi libri ma anche sono restii a informarsi come lo si fa in tutti i paesi del mondo, cioè comprando i giornali, Minzolini, si diceva, fa trasmettere nel suo seguitissimo telegiornale servizi con notizie che definire di scarsa rilevanza è poco, con tutto quello di importante di cui ci sarebbe da parlare: a Minzolini piace per esempio rivelare i segreti per cucinare un tacchino coi fiocchi, o dare rilievo a Schumacher che ha confessato di tingersi da cinque anni i capelli, o svelare che il cane, fedele amico dell’uomo, soffre quando i padroni, marito e moglie, si separano. I milioni di telespettatori (l’ottanta per cento degli italiani) abbozzano, seguendo quelle amene notizie da loro non richieste e di cui avrebbero fatto anche a meno: siccome vengono date, le seguono passivi, senza cambiare canale e puntualmente sintonizzandosi il giorno dopo ancora sul TG-UNO.

 Ma se qualsiasi notizia data dal telegiornale preferito (o anche dal quotidiano preferito) viene accettata e pedissequamente seguita nonostante sia di poco interesse senza determinare alcun calo di ascolto (o di vendite), non si capisce perché, per quello che riguarda nella fattispecie il Festival Jazz di Roccella Jonica “Rumori Mediterranei” (ma è una abitudine generalizzata), quando si cerca di farne pubblicità cercando di passare notizie al telegiornale (che è la massima aspirazione di ogni direzione di festival e di ogni ufficio stampa, considerato l’altissimo numero di persone che si può raggiungere) per ottenere questo “massimo” risultato si cerca sempre di “vendere la notizia” dando rilievo all’artista presente in cartellone più noto, altrimenti, ci si giustifica, se si proponessero artisti poco conosciuti la TV, si pensa, non accetterebbe di fare il servizio sul Festival, perché gli spettatori, si pensa che la TV pensi, non seguirebbero il servizio a cui non sono interessati non conoscendo nessuno dei poco famosi artisti nominati, determinando un calo di ascolto.

 Dato che nella rassegna di Roccella, come sua bella, pregevole ed encomiabile consuetudine, si fanno incontrare il jazz e la scrittura, e dato che immancabilmente gli scrittori sono più famosi, presso il largo pubblico, dei jazzisti, inevitabilmente quando sui telegiornali e sui quotidiani di massima diffusione nazionale si parla del Festival Jazz di Roccella Jonica non vengono messi in risalto i jazzisti, ma gli scrittori, e in particolar modo viene messo in rilievo lo scrittore Stefano Benni, egli avendo partecipato negli ultimi anni a una edizione sì e all’altra pure.

 Però, se si è appena visto che non è vero che la gente cambi canale al cospetto di notizie di cui farebbe volentieri a meno, come nel caso delle notizie-amenità propinate ogni giorno da Minzolini nel suo TG-UNO, non si capisce perché da parte degli organizzatori non si tenti (e vi si insista) di proporre servizi su Roccella Jonica che per esempio trattino (solo per fare qualche nome presente nella edizione di quest’anno) di Nicole Mitchell, Joey Baron, Steve Kuhn o Gunther Sommer. Va bene, sono poco conosciuti dalla massa dei telespettatori; ma un servizio di tre minuti su Nicole Mitchell al posto dello stra-abusato Benni (senza togliere niente alla sua somma arte di scrittore, beninteso) non può fare certo cadere l’audience del TG, sicuramente non di più della notizia che Schumacher si tinge i capelli; e in aggiunta si farebbe informazione più corretta, oltre che far entrare nelle orecchie del popolo televisivo, per quel poco, la parola desueta “jazz”, che quando viene pronunciata in TV, oggi, in piena epoca minzoliniana, ancor più di ieri, fa lo stesso effetto dell’apparizione di una astronave di marziani. E siamo nel duemiladieci.

 *Aldo Gianolio, scrittore e critico musicale. Collabora con la rivista «Musica Jazz» dal 1978 e col quotidiano «l’Unità» dal 1985. Ha scritto la raccolta di racconti “A Duke Ellington non piaceva Hitchcock” ( 2002), che ha vinto il prestigioso premio «Django d’or» nel 2003; “Teste quadre” (2006. ) Altri suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste «Tratti», «Nuova Prosa»,<<Musica Jazz>> e sul quotidiano «l’Unità»,  I suoi testi sono stati rappresentati e letti da Vito,  Ivano Marescotti (con il Faxtet o Danilo Rea), Ferruccio Filippazzi (con il Faxtet), Paolo Nori (con la Cosmic Band di Gianluca Petrella).

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SONDAGGIO: le cinque preferenze dei critici

Abbiamo chiesto ai critici musicali della maggiori testate specializzate presenti a Roccella Jazz 2010 di stilare una graduatoria (semiseria),  esprimendo cinque preferenze, degli artisti esibitisi nel corso della trentesima edizione del festival.

Aldo Gianolio (L’Unità)

  1. Nicole Mitchell (Indigo Trio)
  2. Enrico Pieranunzie e Joey Baron
  3. Steve Kuhn e Ravi Coltrane
  4. Quartetto Trionfale
  5. Saba
Gianmichele Taormina  (Jazz Convention)
  1. Steve Kuhn e Ravi Coltrane
  2. Eddie Gomez
  3. Nicole Mitchell (Indigo Trio)
  4. Stefano Battaglia e Rabbia
  5. Fratelli Mancuso

Vincenzo Fugaldi  (Musica Jazz)

  1. Steve Kuhn e Ravi Coltrane
  2. Nicole Mitchell (Indigo Trio)
  3. Anouar Brahem
  4. Quartetto Trionfale
  5. Roy Hargrove e Trio Fresu-Sosa-Gurtu (pari merito)

Daniele  Martino (Il Giornale della Musica)

  1. Nicole Mitchell (Indigo Trio)
  2. “Io sono Tony Scott” di F. Maresco
  3. Fratelli Mancuso
  4. Roy Hargrove
  5. Fresu-Sosa-Gurtu
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SERATA FINALE A ROCCELLA JAZZ 2010

Rumori Mediterranei ha festeggiato ieri sera il suo trentennale con una serata indimenticabile, complici i protagonisti dell’epoca.

La serata è stata preceduta nel pomeriggio all’Auditorium comunale dai fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso che ne “La via dolorosa” narrano, in una sorta di moderna via crucis,  storie della nostra quotidianità, segnata dalla violenza, in tutte le sue espressioni  (da quella mafiosa a quella sistematicamente attuata da regimi politici repressivi) e dalla diaspora  di intere popolazioni, costrette dalla miseria e da una ragione politica cieca e sorda a lasciare la propria terra. Voci preziose ed arcane, quelle dei fratelli Mancuso, accompagnati da Gilda Buttà e Luca Pincini, rispettivamente al piano ed al violoncello,  in cui riecheggiano gli echi  della tradizione canora siciliana ed il dolore di una condizione, quella nomade, di intere popolazioni che quotidianamente si spostano alla ricerca di lavoro e di una vita dignitosa, sperimentata anche dagli italiani nel corso di due secoli di storia.

Il Teatro al  Castello è stato al centro, dalle ore 21 in poi, delle celebrazioni del trentennale, inaugurate dal Quartetto Trionfale, alias Gunter Baby Sommer, Manfred Schoof, Gianluigi Trovesi, Barre Phillips, quattro magnifici  over 60 che hanno dato un significativo contributo alla nascita di un jazz ‘europeo’ fortemente  identitario ed allo sviluppo del free jazz, che hanno offerto uno spettacolo fresco, ironico e scoppiettante, dimostrando –ove ve ne fosse ancora bisogno- la inesauribile capacità della musica di autorinnovarsi e superare sé stessa.

Per festeggiare degnamente il trentennale Roccella Jazz ha riproposto un progetto creato ad hoc in occasione della prima edizione, confluito in un album fortunatissimo (“Roccellanea”), realizzato all’epoca da Paolo Damiani, Gianluigi Trovesi, Paolo Fresu, Giancarlo Schiaffini, Ettore Fioravanti, presentato ieri dai primi tre, che hanno saputo ricreare  una esperienza portata avanti con tenacia e passione da un  festival rimasto fedele ad un’ idea unica ed irripetibile, ripresa in seguito anche da altre rassegne.

La staffetta è passata, a conclusione della serata, a Paolo Fresu che con Trilok Gurtu e Omar Sosa che hanno dato vita ad una esibizione vulcanica in cui la spiccata personalità ed il background culturale e musicale di ciascun musicista (quello indiano, quello italiano e quello cubano) sono state  esaltate da uno straordinario interplay e dalla ricerca incessante di un terreno comune di ispirazione e di confronto, in cui la tromba di Fresu, arricchita dall’uso di distorsori e campionamenti, fa’ da ponte tra il poliedrico pianista cubano e la ritmica incalzante ed ancestrale di Gurtu. I quattro brani in scaletta contengono  echi e suggestioni che evocano territori geografici e soprattutto interiori ricchi e frastagliati, che avvincono ed emozionano.

<<Mi piace l’idea di spaziare in mondi diversi>>  ci dice Paolo Fresu <<Anche nel concerto di stasera c’erano aree molto diverse. Mi appartiene molto l’idea di lavorare a 360° sulla musica.  Anche stasera in questa musica c’era un po’ tutto c’erano mondi  musicali completamente diversi dai nostri>>.

Roccella jazz 2010 è riuscita ancora una volta a varare, sia pur tra  innumerevoli difficoltà –non ultime quelle economiche-,  un programma di elevato livello, capace di esplorare plurimi linguaggi (musica, teatro, danza, arti visive) e tradizioni culturali diverse, mantenendo con ciò fede al proprio manifesto, concepito trenta anni or sono ed oggi più che mai attuale. Esibizioni come quelle di Nicole Mitchell e gli Indigo Trio, Steve Kuhn, Eddie Gomez, Roy Hargrove,  Fresu-Sosa- Gurtu, attestano l’estrema attualità di quell’idea e soprattutto costituiscono una chiara conferma della estrema vitalità del jazz, in tutte le sue forme e declinazioni, ampiamente ribadita del resto da proposte giovani ma mature come quelle degli Ozma, o che ben lasciano sperare come quelle della Pane e tempesta band, degli Eptagroove, del Sandro Deidda Martucci Quartet.

Quindi,  Viva Roccella, viva il jazz, e, per dirla con Fresu, <<viva i pastori sardi!!!>>

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ROCCELLA JAZZ FESTIVAL FESTEGGIA I SUOI TRENT’ANNI ne parliamo con il direttore artistico Paolo Damiani

Ha trent’anni ma non li dimostra, Roccella Jazz.  Da sempre bacino di coltura di giovani talenti, accolti in breve tempo nei santuari della musica (per tutti, Paolo Fresu), humus fertile per la sperimentazione di nuovi linguaggi, snodo di confluenza aperto alla contaminazione del jazz con il teatro, la danza, le arti visive, Roccella jazz non è mai stato solo e semplicemente una rassegna di jazz ma soprattutto una finestra sulla policromia del lessico artistico, sia pur secondo una chiave di lettura unitaria ed omogenea quale quella della musica.

Sul palcoscenico di Roccella si sono succeduti nel corso delle passate edizioni artisti di livello internazionale come William Parker, Leena Conquest, Dave Burrell, Noa, Stefano Bollani, Michael Nyman, John Patitucci, Wayne Shorter, Egberto Gismondi, John Taylor, Kenny Wheleer, Norma Winstone, per limitarci solo a qualche citazione, che hanno contribuito a sottolineare e valorizzare la vocazione del festival di fucina di idee e progetti.

Di questo ed altro ancora parliamo con Paolo Damiani, storico direttore artistico della rassegna.

Trent’anni di festival possiamo fare un bilancio?

Sì, sono tanti però ce l’abbiamo fatta, adesso ci prepariamo per i prossimi trenta. Quest’anno l’idea è Memorie future per cui si lavora su quello che abbiamo costruito in questi trent’ anni in termini di idee di produzione soprattutto un’idea di festival che mi pare abbastanza originale. Non se ne vedono molti di festival che puntano sulle produzioni originali, sopratutto  sulle contaminazioni tra generi diversi, non solo tra musiche diverse ma anche tra linguaggi diversi, quindi  la musica da un lato ma anche espressioni come il teatro, la danza, la video art,  la poesia, la letteratura. Naturalmente è un processo rischioso questo, non si sa mai a cosa si va incontro, però penso che una funzione del festival soprattutto quando viene creato con denaro pubblico sia quello di costruire cose nuove, di inventare nuove traiettorie. Poi ci sono i progetti che nascono meglio, quelli  che riescono peggio,  ma questo fa parte del gioco,  l’importante è che il pubblico percepisca questa ricerca, questa voglia di creare il nuovo e che ci segua sempre con molta passione e competenza.

Perché Memorie future?

Perché abbiamo costruito tanto però ci proiettiamo verso il futuro. Quindi  non è uno sguardo  consolatorio in qualche modo o auto indulgente, è uno sguardo sempre severo dove per  severo intendo un comportamento autocritico, fondamentalmente. Abbiamo fatto delle belle cose, ne abbiamo fatte altre meno interessanti. Quest’anno ci siamo divertiti ad invitare artisti che hanno fatto la storia del festival, da Paolo Fresu, che ha cominciato qui quando era del tutto  sconosciuto,  ad Anouar Brahem, il fantastico solista di oud, che fece il suo primo concerto in Italia proprio a Roccella ormai vent’anni fa, quando anche lui era del tutto sconosciuto. Questa è un’altra funzione del festival,  quella di scoprire nuovi talenti, proteggerli, seguirli nella carriera, in qualche modo imporli, farli conoscere al pubblico e alla critica.

Non a caso viene riproposta Roccellanea…..

Si lì ci divertiamo l’ultimo giorno a fare un omaggio a noi stessi in fondo,  un piccolo vezzo. Suoneremo questo brano che abbiamo costruito a quattro mani io e Gianluigi Trovesi nel lontano 1982, quindi quasi trent’anni fa, che è stato un po’ da allora la colonna sonora di molte azioni musicali qui al festival e ci ha accompagnato per  un lungo pezzo  della nostra vita. Ci fa piacere riproporlo magari a persone che non erano ancora nate quando il pezzo è stato scritto.

Se volessimo con 3 aggettivi definire Roccella Jazz?

Non è facile. Direi seducente, intelligente, emozionante.

Vediamo questa trentesima edizione in sintesi.

Le idee sono un po’ quelle che ti ho già raccontato. Quest’anno la novità è che c’è l’uso anche di spazi diversi, penso in particolare al Porto. Ieri e l’ altro ieri abbiamo fatto due belle serate in uno spazio nuovo, fortemente evocativo come può essere un porto, quindi luogo di transito, un luogo dove potermi inventare il futuro, dei concerti o più che altro degli eventi musicali e artistici pensati ad hoc per quello spazio, quindi sfruttare l’acqua come elemento, sfruttare il movimento delle barche, ci si potrebbe inventare qualcosa di divertente anche per coinvolgere maggiormente il pubblico. Però lo spazio ci è piaciuto, c’è  anche una certa privacy rispetto  alla vastità del luogo perché si percepisce la presenza del pubblico senza  avvertirne i rumori e quindi questa è una dimensione interessante, questa vicinanza/lontananza   può essere una visione comunque poetica che rientra  nelle logiche  del festival.

Inoltre siamo riusciti a recuperare le jam session che facevamo negli anni ’80-’90, poi le abbiamo smesse per molto tempo ma sono contento di questo recupero, anche utilizzando i musicisti che hanno vinto i seminari l’ anno scorso, sono anche lì giovani di talento di cui sentiremo ancora parlare. Speriamo che il pubblico non sia troppo stanco e che vada a sentire questi ragazzi perché meritano veramente.

I progetti artistici di Paolo Damiani?

Io presento qui un mio nuovo gruppo, è il primo concerto che abbiamo fatto in assoluto. E‘ un gruppo che ho costituito per il cd che presenterò alla stampa nel corso del festival,  l’ ho fatto con la mia abituale etichetta che è l’Egea di Perugia.  Sono già al quarto disco con loro, mi trovo molto bene, è un’etichetta che lavora seriamente, l’abbiamo fatto uscire in tempi record, perché l’abbiamo registrato a fine giugno, mixato a fine luglio e poi in pochi giorni siamo riusciti a farlo uscire. Ne sono molto contento perché c’è una particolarità, una cosa che non avevo mai fatto in vita mia: ho chiesto a questi giovani  musicisti che compongono il gruppo di arrangiare loro i pezzi. Per cui sono temi miei, tutti composti da me però arrangiati da loro. E’ stato molto interessante vedere uno sguardo diverso su certe composizioni che suonavano in un certo modo, vederle interpretate in  maniera completamente  differente  e spesso migliore dell’originale.

Il preludio di Roccella Jazz è stato dedicato ad un grande come Tony Scott. Che ricordi ne hai?

Si, io l’ho conosciuto. Non abbiamo mai suonato insieme ma ci siamo incrociati in passato ed è una persona estremamente umana, ricca di cose da raccontare, di pathos. Lui ha suonato con Charlie Parker, Billie Holliday, una biografia impressionante. Sono contento che Maresco gli abbia dedicato un’opera di questo spessore perché un’artista enorme che meritava un omaggio di questo genere.

Condividi il giudizio di Franco Maresco sull’accoglienza riservata a Tony Scott e più in generale alla sorte dell’arte in Italia?

Non è solo un giudizio di Maresco. Penso che qualunque persona che abbia un minimo di sensibilità  sia abbastanza sconcertata dall’attenzione che ha per la cultura questo governo, diciamo meglio per la disattenzione, la mancanza di interesse. Sembra che la cultura sia l’ultima delle priorità   e non si è capito che un paese è veramente civile quando protegge i propri artisti, li spinge a creare il nuovo. Perché  comunque l’arte  fa parte della vita, un paese che non ha arte, non ha musei, non ha concerti, non ha teatro, danza è destinato a morire.

L’ultima domanda, Paolo. Dove va il jazz?

Non lo so, ci sono tante direzioni diverse, rispetto al passato  quando individuavamo degli stili storici come poteva essere il be pop, il free jazz, la fusion. Oggi ci sono tanti percorsi quanti sono gli artisti che inventano.  Mi pare che siano pochi tutto sommato  in circolazione, c’è un alto livello tecnico ma linguaggi veramente originali, figure che inventano  qualcosa di particolare  ne vedo poche però probabilmente è  un momento di transizione, come si suol dire.  Però c’è tanta bella musica, non dovremmo essere costretti a inventare ogni giorno qualcosa di nuovo. Qualche sera fà si sono esibiti gli Ozma. Sono un bel gruppo che ho scoperto in Francia, ne sentiremo parlare sicuramente perchè sono giovani ma pieno di talento, la loro musica è piena di echi trasversali rispetto al jazz, da Frank Zappa a Steve Coleman. Sono veramente musicisti di qualità. Il pubblico li ha accolti con grande affetto e questo non era scontato ed è interessante.

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Stefano Benni e Danilo Rea “và fuori straniero”

Non ha tradito le aspettative il nuovo spettacolo proposto da Stefano Benni a Rocella jazz, Va’ fuori straniero, che attraverso una selezione di articoli tratti dai giornali dell’epoca e di lettere rievoca la storia  drammatica della emigrazione italiana nel XX secolo. Con la complicità di Danilo Rea, che crea un arazzo sonoro incantato, Benni ripropone  storie di miseria e disperazione, che culminano nell’orrore puro in episodi in cui gli italiani furono oggetto di una vera e propria caccia all’uomo, paradigma dei mille volti assunti dal razzismo e dall’intolleranza nel corso del tempo, che una società sempre più opaca e sonnolenta tende a misconoscere o sottovalutare.

Pienamente rispettate le attese anche dal trio delle meraviglie Gomez-Bonafede- Hart.

Tre tra i più brillanti musicisti attivi sulle scene jazzistiche internazionali hanno regalato al pubblico uno spettacolo intimo ed intenso, che ha puntato sul tocco lirico e ricercato di Salvatore Bonafede, sulla potenza creativa di Eddie Gomez e sulla duttilità di Billy Hart per costruire arabeschi cristallini che hanno sottolineato splendidamente il profondo lirismo dei brani in scaletta, alcuni di Bonafede e Gomez, altri  noti standard, offrendo momenti di grande emozione.

Ha chiuso la serata l’esibizione della cantante italo-etiope Saba, che ha dato prova di essere perfettamente a proprio agio in brani, eseguiti nella prima parte, attinti alle tradizioni del corno d’Africa che in interpretazioni   che si muovono tra i territori del pop, del dub, del rap, del r’n’b’, che le hanno consentito di esplorare i temi dell’identità, del meticciato, del nomadismo culturale e della diaspora africana. Una esibizione non del tutto convincente ma che mette in risalto un indubbio talento.

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Memorie future

Giovani proposte ed indiscussi maestri si sono esibiti il 19 agosto a Roccella Jazz.

La terz’ultima serata del festival è stata aperta da Paolo Damiani con il suo nuovo lavoro discografico, Pane e tempesta, edito nei giorni scorsi da Egea, che rappresenta un punto di svolta nella discografia del violoncellista romano, distinta da collaborazioni d’eccellenza e da produzioni che hanno ottenuto importanti riconoscimenti.

Pane e tempesta , titolo tratto dall’ultimo libro di Stefano Benni, che ha anche scritto i testi di due brani dell’album, è infatti il frutto di un lavoro corale,  condotto da Damiani e dai giovani musicisti chiamati ad arrangiare ed  eseguire brani  originali del Maestro, che hanno dato vita ad un’esibizione  fresca e gioiosa, contrassegnata dagli interventi di Paul McCandless, ospite d’onore, co-fondatore degli Oregon a fianco di Ralph Towner, e dall’elevato livello  tecnico e stilistico dei singoli (tra i quali spiccano Daniele Mencarelli, Cristiano Arcelli, Luigi Masciari, Ludovica Manzo) che ben fanno sperare sul prossimo futuro del jazz nostrano.

col botto della serata con Steve  Kuhn, uno dei grandi maestri del jazz, pianista dotato di tecnica raffinatissima e di uno stile personalissimo, capace di attraversare generi e territori disparati del  jazz, che si è esibito in trio con il solido contrabbassista David Finck e con Joey Baron, unanimamente ritenuto il più originale batterista in circolazione, che hanno dato vita ad una lettura potente, vivace ed incisiva esaltata dallo stile caldo e policromatico del sax tenore di Ravi Coltrane, una delle voci più autorevoli del panorama musicale newyorkese,  che ha contribuito ad impreziosire l’esecuzione di alcuni celebri standard  e ballad del padre John.

Questa sera gradito ritorno di Stefano Benni, accompagnato al piano da Danilo Rea, in Va’ fuori straniero, viaggio all’interno dell’emigrazione italiana negli anni ’20-’30 attraverso lettere ed articoli di giornali dell’epoca. Grande attesa per il concerto di Eddie Gomez che si  esibisce con Salvatore Bonafede e Billy Hart alla batteria, cui seguirà l’esibizione della cantante italo-somala Saba.

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